|
La certezza della fonte è, secondo il punto di vista giornalistico, la vera garanzia dell’obbiettività . E tuttavia, come abbiamo visto, non tutte le fonti sono accessibili, non tutte sono neutre rispetto al comunicatore, non tutte sono ugualmente in condizione di sfondare (o di scavalcare) il cancello dell’informazione.
Quello dell’obbiettività , perciò, ne ha concluso Gaye Tuchman, la ricercatrice americana che più brillante attenzione ha dedicato al problema, è piuttosto un "rituale", una convenzione, che un fatto scientificamente accertabile. La realtà è che proprio nella scelta delle fonti cui abbeverarsi nel processo informativo, avviene la prima, decisiva scrematura della realtà . Non solo, anche l’affidabilità delle fonti, nel processo giornalistico, tende ad essere sempre più "convenzionale"; nel senso che certi fatti, nel racconto giornalistico, non possono che essere accettati come veri, anche se non sono stati direttamente verificati.
Ciò è sempre più normale, a mano a mano che aumenta, nell’informazione planetaria, la distanza tra il fatto e chi ne riferisce; tende addirittura ad essere consuetudine per le notizie di fonte ufficiale, cui generalmente i attribuisce senza ulteriori verifiche la caratteristica di fatti "obbiettivi" Persino per le cronache più ravvicinate, è l’elemento convenzionale a prevalere.
A voler circondare di sistematica incertezza ciò che non è stato direttamente verificato in modo documentale dal reporter, si arriverebbe a scrivere notizie di questo tipo:" Robert Jones e la sua presunta moglie, Fay Smith Jones, hanno dato ieri quello che essi stessi hanno definito un cocktail party in quella che è lecito supporre sia la loro residenza al 187 di Grant Street, secondo ogni apparenza in onore di una donna che sosteneva di essere la signora Smith, la quale viene comunemente considerata la zia di colei che si autodefinisce padrona di casa".
Il giornalista che identificasse l’ "obbiettività " con i " fatti " (che lui o altri giornalisti hanno direttamente osservato o che possono essere verificati) " si troverebbero a navigare tra la diffamazione e l’assurdo" . La separazione tra realtà fattuale e obbiettività (o pretesa di obbiettività ) è pertanto una delle caratteristiche del processo informativo.. Se un senatore degli Stati Uniti avesse affermato, all’epoca della guerra fredda, che " Gli USA sono in ritardo rispetto all’URSS" nella costruzione di un certo tipo di missile, è probabile che nessun reporter avrebbe avuto la possibilità immediata di controllare la veridicità dell’affermazione, in che misura essa fosse, cioè, " un fatto ". In definitiva, il giornalista "può solo stabilire che il senatore ha affermato " A " . Nel lavoro giornalistico, "X ha detto A" equivale a un fatto, anche se " A " è falso".
Come si vede, il confine tra fatto ed opinione – cui talvolta si attribuisce decisivo valore di discrimine – è labile. Il " rituale strategico" dell’obbiettività prevede, a questo scopo, una serie di rimedi, come per esempio la ricerca e l’elencazione di pareri diversi e contrastanti ( " X ha detto A, ma secondo Y la verità è B " ). In questo modo il giornalista persegue un duplice obbiettivo: invitare il lettore ad una " percezione selettiva " e mettersi, per così dire, le spalle al coperto.
La giusta attenzione all’equilibrio dei punti di vista tende talvolta a degenerare – ognuno può agevolmente constatarlo – nel chiacchiericcio vuoto delle dichiarazioni a catena: in questo caso non l’informazione, ma il teatrino prende il posto della realtà ; e chi legge, o chi osserva la tv, in genere non è messo in grado di apprezzare le differenze di peso specifico ( competenza, autorevolezza ) tra i numerosi signor X e signor Y che dicono la loro.
E’ comunque dubbio che una mitragliata di opinioni in fila abbia la possibilità di sostituire una notizia. Tantomeno un fatto. |